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Per essere spiriti liberi, ci vuole una certa disciplina

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Visualizzazione post con etichetta Viaggi. Fare tanta strada e sentirsi a casa ... Mostra tutti i post
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venerdì 30 dicembre 2011

Phnom Penh

Phnom Penh è la metropoli senza semafori dove il traffico si regola con la buona volontà.

Siamo ormai oltre la metà del cammino fra Bangkok e Saigon e stiamo quasi per lasciare la Cambogia, dopo Siem Reap - la cittá dei templi e del natale in costume - e Battambang - secondo la guida la quarta destinazione turistica della Cambogia, secondo noi una piccola cittadina polverosa dove non c'è niente da fare e le mine scoppiano ancora nelle campagne (ed infatti Gino Strada c'ha fondato un ospedale).

Di questo paese ci ricorderemo soprattutto la gente. E' sorprendente come tutti ci sorridano e ci salutino, monaci, contadini, venditori ambulanti, mentre i bambini scorrazzano ovunque. Chissà qual'è il segreto della Cambogia, che ha attraversato tutte le tragedie umane in soli cinquant'anni e ancora sorride e sembra non pensare al passato (chiedere all'ONU o vedere qui per i dettagli).

Insomma, come ci aveva predetto la nostra amica e guida Manuela, i cambogiani sono un popolo sorridente di cui ci si innamora velocemente e dei quali già possiamo sentire la nostalgia.

Prossima tappa: un villaggio vietnamita nel delta del Mekong. Quale posto migliore per festeggiare capodanno?

mercoledì 21 dicembre 2011

Bangkok

Siamo stati 3 giorni e mezzo a Bangkok e già ci volevano fare cittadini onorari.

Il primo primo giorno è servito a imparare a attraversare la strada, il secondo a saltare sui battelli mentre attraccano, il terzo a riconoscere una bancarella di Rolex falsi da un locale di ping pong (alias pussy pong). Il quarto giorno, avendo già appreso tutto ci siamo riposati in piscina con un cocco fresco in mano ed una palma sulla testa.


A questo punto abbiamo pensato di esser pronti per 10 ore di autobus fino in Cambogia.

martedì 23 novembre 2010

Australia, in alto a destra.

Oggi ho visto il mio primo canguro e mi sono sentito veramente in Australia. Era morto sul bordo della strada, la stessa che ho sempre fatto da quando sono arrivato a Karratha, aeroporto-paese-impianto. L'avrà travolto un camion di passaggio.
Perth era stato una specie di antipasto - grandi spazi, sole, ritmo rilassato - ma l'Australia che mi aspettavo l'ho trovata qui nel profondo nord ovest: le case basse spalmate sulla terra strappata al deserto formano un paesino nel mezzo del nulla, nato per gli operai degli impianti della zona. In lontananza si vedono solo saline, colline brulle e la ferrovia infinita che trasporta il ferro dalla miniera al porto. Si vive un pò come alla fine del mondo, incastrati fra il paese ed il lavoro. Si respira un'aria di frontiera, si beve parecchio durante la settimana ed il venerdì chi può se ne va. C'è una sola strada e pensandoci bene forse è sufficiente.

giovedì 13 maggio 2010

Tornare

Mi piace tornare almeno quanto partire. L'eccitazione della partenza, la serenità del ritorno. Mi sento addosso la spensieratezza dei giorni passati, negli occhi ho le immagini ed in testa i profumi della terra lontana.
Mi piace tornare e passare i primi giorni in questa specie di bolla, dove niente mi disturba e nessuno entra senza il mio permesso. Indugio ancora nei ricordi, soppeso le emozioni vissute, rimango volentieri in casa a rileggere il diario e guardare le foto.
Mi piace tornare ed anche se so che tra poco la vita prenderà il sopravvento con il suo solito ritmo ed il viaggio entrerà nell'album dei ricordi, c'è ancora un pò di tempo da trascorrere sospeso fra passato e futuro. Come un aereo che percorre lentamente il tratto di pista che lo separa dal suo gate di destinazione. Non è più atterraggio, non è ancora sbarco. Mi piace tornare.

lunedì 3 maggio 2010

Israele...

... è veramente un paese difficile da capire, fra soldati con fucile e zainetto, signori dai cappelli strani e un'apparente normalità...

sabato 17 aprile 2010

Prossima fermata

"Wrong is right. And this is the essence of traveling in the West Bank. Arrive expecting terror and you’ll find friendliness. Think things are getting better, and they’re inevitably worse. Be convinced someone’s views are nonsensical, and they’ll provide a rational explanation. But as upside-down destinations go, you won’t find a more confounding, confusing or compelling road less traveled."

Vedremo..

domenica 27 dicembre 2009

Grigio tristezza

Guardo fuori dal finestrino del treno, è tutto grigio ed una spessa pioggia bagna la campagna uniforme. Anche dentro lo scompartimento è il grigio il colore predominante, sulle facce e nei rari discorsi delle persone sedute intorno a me. Una si lamenta che abbiamo quaranta minuti di ritardo.
Il protagonista del libro che sto leggendo è un vecchio, un vecchio ubriacone ossessionato dalle donne, soprattutto quelle più giovani di lui. Se lo sapessero le suore che viaggiano nello scompartimento a lato morirebbero, per tutte le oscenità concentrate in quelle pagine. Siamo ancora lontani da Roma quando arrivo in fondo al libro: pagina 303, signori scendere prego, la corsa è finita, rien ne va plus. Anche a me piacciono le donne, in ognuna di loro non riesco a non trovare qualcosa di attraente. E adoro la minestra con le lenticchie.
Quaranta minuti di ritardo e nessuna valida compagnia...

venerdì 17 luglio 2009

Postumi cubani - quando un viaggio non finisce con il volo di ritorno

"Buongiorno Daniele,

Grazie per la segnalazione: il suo nome sarà pubblicato nella pagina dei ringraziamenti sulla prossima edizione della guida."

Saranno famosi?

domenica 5 luglio 2009

La vita raccontata con le parole è inversamente proporzionale alla vita vissuta

Ed è per questo, fondamentalmente, che di un viaggio tanto intenso come quello a Cuba, sono rimaste così poche tracce scritte e così tante appiccicate alla pelle.
Come il caldo irriverente dei Caraibi, che rende comica la più tragica delle situazioni.
Come la consapevolezza che viaggiare da soli esiste esclusivamente come intervallo fra un incontro ed un altro, ma che trovare i compagni di viaggio giusti è un affare maledettamente serio.
Come la sensazione di sentirsi liberi di fermarsi a parlare con la gente in strada, di sorridere, di indugiare davanti alle porte socchiuse, di disturbare invece di esser disturbato.
Come Cuba che scorre davanti ai finestrini di un autobus, in un viaggio lungo dodici ore dalle piantagioni di tabacco ai campi di canna da zucchero, un tragitto che ha l'effetto di una catarsi.
Come la certezza che Cuba sia, come pochi altri posti al mondo, uno stato d'animo.

sabato 4 luglio 2009

Economia della pizza

Ti inizierai a sentire a tuo agio a Cuba quando avrai capito la scala dei valori, almeno degli oggetti che normalmente dovrai acquistare, e potrai entrare nei negozi senza quella spiacevole sensazione di disagio e qualcosa di più che il dubbio che ti stiano fregando.

Ti inizierai a sentire a tuo agio a Cuba quando saprai quanto vale una peso-pizza al formaggio, comprata ad un baracchino per strada, intrufolandosi nella fila di cubani in attesa. Quando saprai che una bottiglietta d'acqua vale almeno due pizze, se comprata in un supermercato, ma può arrivare al doppio in un bar. Che una birra non costa mai meno di cinque pizze, praticamente ovunque, tranne in alcuni locali decisamente occidentalizzati dove non si vergogneranno a chiederti l'equivalente di otto pizze. Le bibite in lattina oscillano fra le tre e le cinque pizze, a seconda del posto, e come tutte le bevande imbottigliate si pagano in valuta pregiata (ma questa della doppia moneta è una storia ancora più complicata, che merita un discorso a parte). Al contrario le bevande vendute sfuse - spremute, frullati, guarapo - costano un quinto di pizza, un affare per gli stomaci robusti. Così come i panini delle bancherelle (2 pizze) ed i gelati (un quinto di pizza). Adesso ti va un mojito? dodici pizze, gracias.
Ti inizierai a sentire a tuo agio a Cuba quando imparerai che i taxi turistici hanno sia standard che prezzi occidentali, ed una corsa non vale mai meno di venticinque pizze. Un capitale gastronomico. Ma se deciderai di avventurarti, il biglietto del bus urbano vale meno di un decimo di pizza, un ciclo taxi o un taxi colectivo 2 pizze...

Ah già, dimenticavo: ma quanto costa una peso-pizza al formaggio? A giugno 2009 erano cinque pesos cubanos, al cambio 0,14 euri, fatti i tuoi conti ..

giovedì 2 luglio 2009

martedì 28 aprile 2009

Eppure c'è qualcosa che...

Questi due giorni ad Amsterdam sono stati un diversivo inaspettato, una divertente conquista dell'ultimo minuto: biglietto, valigia, guida e via. Semplice, come la vita. Intenso, come godersela.

Qua le strade hanno colori scuri e intensi, un alone di grigio compatto. Case di mattoni vinaccia, tetti di ardesia, asfalto scuro marcato dalle rotaie dei tram. Dal susseguirsi dei caffè con terrazze coperte si intuisce un tempo inclemente, che frena gli slanci ed inspira l'atteggiamento compassato cosi tipico della gente del nord europa. Ma quando poi come oggi il sole splende e riscalda l'aria, viene accolto ed apprezzato con una naturalezza sconosciuta a chi per abitudine lo da un pò per scontato. E nasce un rapporto immediato fra le persone, la città ed i suoi canali. Sole, acqua, uomo.

Dopo uno splendido sabato, il secondo giorno invece la pioggia mi costringe negli spazi chiusi. Bevo caffè e mi dedico alle due attività tipiche dei viaggiatori bagnati: guardar passare il mondo e leggere. "...avevo bisogno della tua esistenza. Per andare avanti. Aprire le porte intorno a me. Vivevo nel chiuso. Per pigrizia. Ci si accontenta sempre più facilmente. Un giorno, ci si accontenta di tutto. E si crede di aver trovato la felicità. "

Finisco il libro in questo caffè straniero. Fuori continua a piovere ed è bello vedere il mondo passare. Sono felice. Eppure c'è qualcosa che mi manca.

venerdì 30 gennaio 2009

Utimo giorno

Il nono giorno è l'ultimo giorno. E' domenica, usciamo in auto in una Istanbul ancora deserta.

Proviamo con il mercato del pesce di Maraba, ma la "piazzetta dai colori vivaci" è ancora spenta. Nella chiesa vicina la messa ha attirato cinque fedeli, ma uno seduto in fondo sta chiaramente dormendo. Una signoria ci invita ad entrare, gentilmente rifiutiamo e ci muoviamo verso il castello delle sette torri, un piccolo lampo turistico in questa mattinata lenta. Poi percorriamo le mura fino al vecchio ponte di Galata, glorioso relitto in attesa di una degna fine che ospita temporaneamente una stazione dei vigili del fuoco. Per spezzare la noia un gentilissimo pompiere ci fa entrare a fare qualche foto, ma la parte migliore della visita è senza dubbio la gentilezza di queste persone.Attraversiamo il fiume per visitare il museo dell'industria, un'isola moderna in questo mare di anacronismi, prima di tornare all'hotel attraversando di nuovo la città. Anche in auto ci sentiamo a nostro agio, è un vero peccato andarsene domani: una volta finito di vedere le "tappe obbligate", si inizia a godersi veramente l'esperienza.

Ultima cena ancora da Haci, ma ormai abbiamo abbandonato l'ottica turistica dei primi giorni e guardiamo divertiti la coppia di italiani del tavolo accanto che accettano i suggerimenti sul "menu del giorno". Dopo dieci giorni di ristoranti abbiamo maturato una specie di allergia alla ruffianeria dei camerieri ed un autentico senso di fastidio verso certi trucchetti.

Ciao Istanbul, ce ne andiamo con lo spirito con cui siamo arrivati, ce ne andiamo con "...lo stesso entusiasmo che prova un botanico, in un bosco, di fronte alla diversità e ricchezza delle piante, proprio per i molteplici aspetti della città, che ogni giorno produceva qualcosa di nuovo, una stranezza, una rovina o una follia, fra le sorprese dell'occidentalizzazione, dell'emigrazione e della storia". Orhan Pamuk, Istanbul

Ottavo giorno

uesta mattina ci alziamo controvoglia da un letto particolarmente accogliente, mentre fuori nevica fıtto. Dopo la colazione con il figlio della proprietaria - gli altri ospiti sono già usciti, chissà per andare dove - ci confondiamo nel mercato settimanale nella piazza del Cinci Han, fra le verdure imbiancate, poi esploriamo il paesino, imbattendoci spesso negli "altri due".

Dei bambini ci fermano, non per venderci qualcosa stavolta, è pura curiosità infantile. Non si negano per una foto di gruppo e subito dopo si gettano per la discesa con gli slittini, godendosi la neve su questi bidoni di plastica tagliati a metà. Con così pochi turisti, ci sentiamo più noi, ci sentiamo persone. E' come se nell'intimità dell'inverno il paese ci accogliesse con benevolenza.

Decidiamo di ripartire per Istanbul all'ora di pranzo: è stata un'escursione sfortunata ma ve bene così. Evitiamo l'autostrada e facciamo la statale D-100, sprofondando velocemente nella periferia industriale confermando una volta di più che le periferie delle grandi città sono veramente tutte uguali.

Istanbul ci accoglie per la seconda volta in pochi giorni, ma questa volta con la spontaneità dei vecchi amici .

domenica 25 gennaio 2009

Settimo giorno

Ore 12:03.
Giro la chiave, metto la freccia, guardo nello specchietto prima di immettermi nel flusso del traffico e via, è partita l'avventura automobilistica turca.

Si comincia col caos di Istanbul, i pedoni da evitare, i clacson impazziti. Fuori scorrono immagini note ma con una prospettiva nuova, stradale. Quando lasciamo il centro vediamo la periferia della grande città, quella dove non ci saremmo mai avventurati, ed in quaranta minuti arriviamo al ponte sul Bosforo, con il magnifico panorama dello stretto ai nostri piedi.

Lasciamo Istanbul ed inizia l'autostrada Istanbul-Ankara, con la nostra Fiat Albea che ci porta verso Izmıt, città divisa fra i panorami industriali dei cementifici da un lato e l'ultimo lembo del mar di Marmara che lentamente scompare dall'altro. Quando ci fermiamo per la benzina, il benzinaio ci da il benvenuto nella Turchia profonda: non parla assolutamente inglese, inizia la commedia della comunicazione a gesti. La strada punta ora ai 1450 metri di Gerede. Il paesaggio cambia notevolmente e una fitta coltre di neve che ricopre tutto, facendoci anche temere di rimanere bloccati da qualche parte.

Ed invece alle cinque arriviamo a destinazione: Safranbolu, in un'atmosfera surreale di neve e silenzio, in cui le austere case ottomane ci riportano indietro nel tempo. Ci sistemiamo alla Bastoncu Pansiyon, una casa ottomana trasformata in albergo dove si sta un pò come in famiglia: numero di ospiti 4, noi compresi.

Oggi abbiamo viaggiato abbastanza ed adesso siamo un pò perplessi sul prosieguo. Domani esploreremo la zona e poi si vedrà se tornare anticipatamente a Istanbul. Il clima certo non incoraggia.

Sesto giorno

I postumi della notte precedente vengono velocemente cancellati e la città si rimette in moto coi suoi ritmi abituali. Fortunatamente Dario frena i miei slanci esplorativi e decidiamo di dedicare la giornata di oggi ad una passeggiata rilassante. Per la prima volta usciamo senza guida - in ogni viaggio c'è sempre un giorno in cui si ripete questa magia - e cominciamo a camminare, con una sensazione mista di familiarità e incoscienza. Il sole che per la prima volta si è deciso a comparire fa assumere alla città colori del tutto nuovi.
Yeni Camii, ponte di Galata, mercati, Divan Yolu: luoghi ormai abituali in cui camminare, lasciandosi guidare solo dalla curiosità e dall'ispirazione del momento. Per la prima volta ci fermiamo a chiedere i prezzi degli oggetti in vendita, sottolineando con sorrisi o smorfie del viso le nostre reazioni. Poi esausti, ci rilassiamo con un succo di melograno seduti a dei tavolini piazzati in mezzo di strada.

Scendiamo verso la piccola Aya Sofya ed il paesaggio urbano cambia completamente. Vecchie case di legno, alcune ristrutturate ma molte cadenti, bambini che giocano in strada, panni appesi alle finestre. Si respira l'aria di una Istanbul più autentica a poche centinaia di metri dalle affollatissime zone turistiche.
Per dirla con le parole di Orhan Pamuk "La sporcizia delle strade secondarie, il tanfo emanato dai bidoni della spazzatura, i buchi, le salite e le discese interminabili sulle vie e i marciapiedi, tutto quel disordine, quel caos e quel subbuglio che fanno di Istanbul la vera Istanbul".

Risalendo pranziamo (sono quasi le 17, si potrà chiamare pranzo? Ormai i nostri ritmi sono completamente stravolti..) da un cerimonioso Karadeniz in versione "vecchio pagliaccio", che con una dimostrazione pratica ci spiega il significato dell'igiene in turco: un cameriere per spalmare del burro su una focaccia che ci ha appena portato la prende con le mani, l'appoggia sul tavolo ed inizia a ungere.

Alle 22 usciamo di nuovo alla ricerca di cibo - parlare di fame sarebbe obiettivamente fuori luogo - e proviamo un piccolo ristorante con una grande fama: Akdamar. Un caso evidente di come le recensioni di altri viaggiatori a volte possano essere piuttosto soggettive. Accettiamo comunque di buon grado questo piccolo contrattempo, anche in virtù della reale simpatia del buon Nasir (e di un ottimo Adana Kebap).

lunedì 19 gennaio 2009

Quinto giorno: goodbye 2008

Arrivano i giorni un pò sottotono anche in un viaggio e oggi è uno di questi. Fin da quando usciamo dall'hotel una pioggia fitta ci perseguita - non è nevischio come ieri, che scivola addosso e non bagna, sono proprio gocce fini di pioggia che in poco tempo inzuppano tutto - e non ci lascia fino al tramonto, rendendo sgradevole passeggiare.

La nostra esplorazione di Istanbul sta procedendo concentricamente: all'inizio Sultanahmet e la parte antica della città, che adesso percorriamo con familiarità, quindi poco a poco iniziamo ad avventurarci nei quartieri più periferici. Oggi prendiamo il battello per Üsküdar, per continuare l'esplorazione della sponda asiatica. In realtà non è molto differente da Kadiköy vista ieri e l'unico incontro notevole della visita è quello con il muezzin della moschea davanti all'imbarcadero, Iskele Camii, mentre richiama i fedeli alla preghiera: un duetto a base di versetti coranici con il muezzin della moschea vicina. Ci addentriamo nel quartiere del mercato, mangiamo un simit per portare avanti il viaggio parallelo nella gastronomia turca e ci imbarchiamo per Beşiktaş, di nuovo sulla sponda europea.Scesi dal battello ci accoglie un quartiere pieno di vita in cui ci addentriamo volentieri. Pranziamo con Börek (sfoglia al formaggio) e çai e compriamo del te da portare in Italia come souvenir. L'autenticità della zona ci garantisce che non siano prodotti turistici - come quelli che invece si vedono nei negozi della zona di Sultanahmet - ed infatti comunichiamo a gesti con il proprietario che non parla inglese (e ci guarda perplesso). A Beşiktaş visitiamo il palazzo imperiale di Dolmabahçe, che i sultani fecero costruire per sostituire la residenza di Topkap con una in stile più europeo (che errore..). Solo visite guidate, per cui non ci resta che adeguarci e sopportare lo stile "gregge di pecore". Ci confondiamo fra i turisti giapponesi che come nelle barzellette si fotografano davanti a qualunque oggetto. La cosa è resa più sgradevole dalla guida che ci è toccata, decisamente troppo esuberante e con il vizio (di cui credo che si compiacesse abbastanza) di ripetere alcune parole in tutte le lingue che conosceva. Ogni frase assumeva quindi una struttura inglese con inserti in spagnolo e qualche fronzolo in italiano, francese e tedesco. Più kitch di una pizza turca.
Fra i nostri compagni di gruppo spicca una coppia di argentini di mezz'età che senza alcuna ragione concreta (forse solo per l'aspetto ed il modo di vestire) mi fanno pensare ai discendenti di certi emigranti tedeschi del secondo dopoguerra che andarono in Argentina per lasciarsi alle spalle un passato ingombrante.

Usciti dal palazzo e tornati all'imbarcadero - destinazione Eminönü e quindi hotel - smette improvvisamente di piovere e ıl cielo si infuoca nel più bel tramonto turco visto finora.

Dal molo ci infiliamo nelle strade intorno al mercato egizio, dove la gente si affretta a fare gli ultimi acquisti dell'anno. I colori ed i profumi del venditore di kokoreç non ci lasciano indifferenti..
Ci perdiamo nelle viscere del mercato.

La sera usciamo per il capodanno più estemporaneo che sia mai esistito. Con un sacco di dubbi (i turchi lo festeggiano? Ci sarà gente in giro? Si può bere alcol in strada?) prendiamo un taxi fino a piazza Taksim, che dovrebbe essere l'epicentro dei festeggiamenti. Quindi scendiamo lungo Istiklal Cad facendoci largo fra la folla che la percorrere in un senso e nell'altro, come un'autostrada umana a due corsie. Ci sorprende e ci preoccupa la quantità di polizia in giro, praticamente una camionetta ad ogni angolo.
Ascoltiamo un pò di musica turca al Barabar e brindiamo al nuovo anno in un simpatico Nice Istanbul, seguendo il conto alla rovescia con la televisione turca.
Alla fine niente di speciale ma almeno siamo in grado di rispondere al grosso dubbio iniziale: i turchi festeggiano il nuovo anno, ma con moderazione.

Quarto giorno, detto anche di Hakan Sükür

Se lo sport avvicina i popoli, il calcio li fonde proprio. E allora può succedere che il cameriere conosca a memoria tutti i calciatori turchi passati dai campionati esteri ed in particolare Hakan Sükür, il toro del Bosforo, attaccante del Torino nella stagione 1995/1996. Alla parola "Italia" attacca a ripetere "Hakan Sükür! Hakan Sükür!" e bastano un paio di battute per fare amicizia. Come premio, vinciamo un tour della cucina con spiegazione illustrata del menu. Il cuoco ridacchia sotto i baffi.

Per arrivare fino qua partiamo da una mattina spesa in Asia, ovvero sull'altra sponda del Bosforo. Prendiamo un traghetto dal molo due di Eminönü ed in venti minuti siamo a Kadiköy, Asia. Magie di una città a cavallo fra due continenti. Come ci aveva anticipato Ayse in hotel, su questa sponda l'atmosfera è ancora diversa e forse definitivamente turca. Pochissimi turisti, qualche pendolare di fretta, tante facce rilassate. Risaliamo la collina lungo una delle strade principali, dove case in legno in stile ottomano si alternano ad edifici moderni, finché non scopriamo un negozio di cianfrusaglie che vende alcuni pezzi della nostra storia recente: telefoni a disco, il Gameboy, macchine fotografiche completamente meccaniche, joystick per la vecchia playstation e via dicendo. Sto per comprare un vero finto Rolex "Daytona" ma Dario per fortuna mi ferma. Alla fine usciamo a mani vuote nella strada leggermente imbiancata dalla neve, che cade ininterrottamente dalla mattina (ma non si decide ad attaccare).
Svoltiamo a destra e continuiamo a salire. Ci fermiamo a prendere un çai in un caffè dall'aria moderna, gestito da due giovani che non resistono alla tentazione del solito gioco di prestigio: un çai 2 lire, due çai 5 lire. Va bene la cortesia di chi è ospite in un paese straniero, ma questo giochino ci ha un pò stufato; da adesso cominceremo a chiedere chiarimenti sui conti con "maggiorazione turistica".
Scendiamo fino all'imbarcadero all'ora perfetta per un dürüm kebap di agnello a una bancherella del porto. A pancia piena, siamo quasi pronti alla traversata di ritorno quando ci imbattiamo nel mercato alimentare. Scatto una ventina di foto ai banchi del pesce suscitando reazioni contrastanti fra gli ambulanti.

Torniamo al ponte di Galata, prendiamo un altro çai davanti alla moschea nuova e quindi ci separiamo: Dario torna in hotel ed io faccio un altro giro. Entro nella moschea, ormai affascinato dall'architettura religiosa turca, quindi ripercorro il bazar delle spezie e dall'uscita risalgo al Grand Bazar attraverso le vie del quartiere di Tahtakale. Arrivo in cima alla collina giusto in tempo per un paio di scatti del bazar al tramonto, quindi ripiego su Divan Yolu e mi dirigo all'hotel. Pensando di far cosa breve passo per la vıa SoğukÇeşme che ormai da giorni mi promettevo di vedere e finisco per farmi trattenere dal fascino notturno della Caferağa Medresesi. Nel porticato di questa scuola religiosa, restaurata e trasformata in laboratorio artigiano, sono in vendita alcuni prodotti tradizionali ottomani. Dopo aver fatto una cinquantina di scatti notturni mi sento obbligato a fare un paio di piccoli acquisti.

La sera saliamo a Beyoglü per una birra in un locale sorprendentemente intrigante, il Cafè LeMan, e la cena da Hacı Abdullah, in cui conoscere Hakan Sükür si rivelerà inaspettatamente prezioso. La cena è deliziosa ma, anche se la guida sostiene che il locale è "frequentato in massima parte da turchi", siamo circondati da italiani: per il futuro ci promettiamo di evitare il più possibile i posti consigliati dalle guide.

martedì 13 gennaio 2009

Arriva la neve

Il terzo giorno comincia e si conclude allo stesso modo, con una spolverata di bianco che cade sulla città. Ma se al mattino è appena accennata, la sera si fa insistente, tanto da farci pregustare per domani succulenti scatti di moschee innevate. Al risveglio si vedrà...

Spendiamo la mattinata persi nel Grand Bazar, deludente rappresentazione di un mercato orientale. Le vie principali sono strapiene di cianfrusaglie, souvenir e merci contraffatte, a volte le tre cose contemporaneamente. Solo sfuggendo al flusso principale si scoprono angolini autentici, gli han, piccoli cortili dove gli artigiani producono le merci propinate ai turisti pochi metri più in la. Nonostante quanto si possa leggere sulle guide, vorrei vedere con i miei occhi un turco fare acquisti al Grand Bazar per credere che non sia ridotto ormai a pura attrazione turistica.
Dopo un kebap al volo ci perdiamo fra le bancherelle nelle strade adiacenti al bazar, in cui il livello degli oggetti in vendita scende drammaticamente. Vediamo in vendita caricabatterie per cellulari, pile, abbigliamento scadente, sigarette sfuse..

Più tardi troviamo il primo dei due caravanserragli che ci illuminano la giornata: Bü k Valide Han. Percorriamo tutto il buio corridoio al primo piano, prima con diffidenza e via via con sempre più disinvoltura. Non si può definire un posto raccomandabile ma la sua autenticità è affascinante. Ce ne andiamo con le dita sporche di marmellata e la sensazione della marachella appena compiuta.Il successivo, Büyük Yeni Han, è in miglior stato di conservazione e ampiamente e variamente frequentato, ma non vediamo nessun occidentale in giro e questo è stranissimo perché il posto merita sicuramente una visita. Poi scendiamo per le strade affollate - sembra che tutta Istanbul dovesse fare acquisti oggi - fino al Bazar delle spezie, che percorriamo velocemente, facendo poche foto, già saturi di colori e forme orientali.

Prendiamo un panino al pesce ai baracchini accanto al ponte di Galata. Sembrano ambulanti ed invece sono business perfettamente organizzati.

La sera saliamo a Beyoğlu, percorrendo tutta İstiklsl Cad fino a piazza Taksim. Finalmente. Qui Istanbul ha un' altra faccia, altre facce. Quando arriva la neve ci rifugiamo da İmroz a mangiare meze, per la prima volta circondati da una chiassosa clientela turca di habitué. Vorremo uscire dopo la cena, ma la stanchezza ed il freddo ci convincono a incamminarci lungo la strada che scende al ponte per rincasare (il tunel chiude alle 21, ahimè).